COSA SERVE NEI PROSSIMI 6 MESI TRA MACERIE E SOCCORRITORI

DAL TERREMOTO DEL FRIULI DEL 1976 AD OGGI SERVE ANCORA UNA VERA POLITICA CHE INVESTA SULLA RICERCA E LA PREVISIONE DEI GRANDI EVENTI OLTRE AD UNA SANA PREVENZIONE CHE RIDUCA DRASTICAMENTE LA VULNERABILITÀ DEGLI EDIFICI

 

Nazionale -

Nei prossimi giorni ci aspettiamo ancora un elevato numero di scosse. Si tratta di una sequenza sismica, inevitabile, che avrà una sua evoluzione e, non possiamo escludere che ci saranno scosse che creeranno ulteriori danni ad edifici già danneggiati come è già avvenuto in esperienze passate. Non possiamo però sapere di preciso il numero di scosse, la eventuale durata, né prevedere di quale magnitudo saranno. Ma sappiamo che poco più di mille vigili del fuoco (1046) serviranno a ben poco se solo si guarda geograficamente la vastità dell’area coinvolta.

Bisogna tenere presente anche del fatto che queste unità necessarie al pieno svolgimento delle delicate operazioni di ricerca e messa in sicurezza, quest’ultima fase ci impegnerà per i prossimi mesi, sta di fatto attingendo da una dotazione organica che è di suo seriamente compromessa.

247 morti è la lista attuale dei corpi estratti privi di vita ma vi è ancora un numero imprecisato di dispersi e oltre 1.500 sfollati. I primi soccorsi sono arrivati lentamente a causa dei danni provocati dal terremoto alle strade di accesso ai comuni interessati, in molti casi paesi e frazioni di montagna erano difficilmente accessibili. Ma i ritardi si sono accumulati anche per colpa dell’attuale piano di Protezione Civile Nazionale il quale prevede che dai centri operativi dei vigili del fuoco si creino le colonne mobili locali che all’arrivo sul posto formeranno la colonna mobile nazionale di soccorso. Praticamente una farraginosa macchia che nella migliore delle ipotesi impiegherà ore preziose prima di potersi costituire. Racimola il mezzo  che funziona, trova il personale disponile e la importante sostituzione, visto che il dispositivo di soccorso non può permettersi buchi, ed ecco che il gioco è fatto. Passando così, in molti centri urbani o aree metropolitane, da un vigile del fuoco ogni quindicimila abitanti ad uno ogni oltre ventitremila. Del resto dal 2004 ad oggi nulla si è fatto di concreto per rinforzare adeguatamente agli standard europei il numero degli addetti al soccorso.

Le prime scene che si sono presentate davanti ai vigili del fuoco, intervenuti, mostrano case e chiese distrutte o semidistrutte e squadre di soccorso volontarie della protezione civile locale già sul posto che cercano persone ferite e intrappolate nelle macerie, edifici sventrati, e gli abitanti che hanno passato le ultime ore della notte in strada con il timore di nuovi crolli. Quello che quindi non ha funzionato è proprio la legge 225 che di fatto non è mai stata applicata ma è servita solo a creare un dualismo, i vigili del fuoco e la protezione civile, che in questi casi ci fanno registrare una disorganizzazione che mostra la debolezza del sistema di salvaguardia del paese.

A nulla valgono le esperienza dell’emergenze passate. “un chiodo non avevamo prima ed un chiodo ci manca adesso” questa potrebbe essere in sintesi la frase che racchiude al suo interno la realtà del soccorso tecnico urgente in Italia.

La ricerca continua ad essere un mondo parallelo che non viene utilizzato dal sistema di soccorso e quindi di contro la prevenzione e la previsione dei grandi e medi rischi un campo che non interessa ai governi che si sono succeduti dal 1976 ad oggi.

Eppure il progetto dell’allora Zamberletti puntava proprio a colmare questo deficit strutturale fatto di una copertura capillare del paese ad un sistema di monitoraggio costante di possibili scenari emergenziali. Insomma il sistema di protezione civile non è mai decollato del tutto creando quell’ambiente ampiamente condiviso da tutti. A partire dai vigili del fuoco, organo primario che si occupa di soccorso tecnico urgente, al 118, all’esercito alla polizia, alla forestale (ormai smembrata e ridotta a manovalanza dello stato), alle associazioni regionali e comunali ed infine alla protezione civile stessa che doveva ricoprire il delicatissimo ruolo di attento osservatore di tutte le fasi, dalla ricerca alla ricostruzione, e proprio di quest’ultima ne avrebbe dovuto curare gli aspetti comunicativi e di azione con i vari enti locali. Evitando situazione che ci hanno visto a L’Aquila presenti per oltre due anni e che ora ci vedono nuovamente nel centro del nostro paese. Ci chiediamo come mai una terra “giovane sismicamente” come lo è il nostro paese non faccia un adeguato monitoraggio di certe zone “rosse”. Tra la fine degli anni novanta ed oggi proprio in questa fascia centrale non sono mancati gli eventi particolarmente emblematici.

Di contro, quasi a voler favorire certe situazioni gli edifici non hanno subito quella metamorfosi fondamentale che gli avrebbe permesso di meglio reagire in questi casi. È ancora vivo il ricordo dei “camini” di L’Aquila, tutti girati di 360 gradi o gli scenari apocalittici di Assisi a fine anni ’90. i prossimi sei mesi, almeno, ci vedranno coinvolti attivamente in queste zone sismiche sarebbe ora che i politici invece di limitarsi ad una semplice passerella mettano in moto la macchina burocratica affinché si faccia una riforma serie sul tutto il sistema di protezione civile del paese, smettendola con la pianificazione manageriale delle emergenze a tempo o l’alimentazione di dualismi che creano concorrenza nel mondo del soccorso. Durante le emergenze tutti sono importanti e necessari se compiono al meglio il proprio ruolo in simbiosi con tutto il resto nell’interesse del bene collettivo. La concorrenza non serve.

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