Il federalismo dei nuovi boiardi di Sergio Cararo

La riorganizzazione federalista dello Stato crea nuovi centri di potere politico e finanziario. Questo processo è stato guidato e verrà gestito da una

Roma -

Il dibattito politico/istituzionale dell’autunno, è stato caratterizzato dal varo della riforma federalista dello Stato che già dal gennaio 2001 introduce il federalismo amministrativo e delega alle Regioni molti poteri e molte competenze.

Abbiamo così assistito al paradosso per cui mentre la “sinistra” tuonava contro la devolution di Formigoni in Lombardia o lo statuto “secessionista” della Regione Veneto, il governo di centrosinistra - ispirato da apprendisti stregoni come il ministro Bassanini o dalle teste d’uovo emiliane dei DS- partoriva un modello federalista di Stato che recepisce ampiamente le ambizioni delle regioni settentrionali amministrate dal Polo e dalla Lega.

 

Un gigantesco trasferimento di spesa pubblica

La parola magica della sussidiarietà - rovesciata nel suo contrario - spiana la strada alle privatizzazioni selvaggie di tutti i servizi pubblici sia affidandoli a soggetti privati sia consegnandoli nelle mani del crescente business del cosiddetto “non profit”. La trappola del federalismo liberista è dunque scattata senza alcuna opposizione (ad eccezione dei parlamentari del PRC) (1).

L’aziendalismo esasperato sopprime qualsiasi rete di servizi sociali o pubblici e si impone come modello di amministrazione degli enti locali che si trovano ormai a gestire quote sempre più rilevanti del bilancio pubblico.

Secondo un recente rapporto del CNEL, il federalismo economico è già una realtà perchè ormai la spesa pubblica sotto il diretto controllo dello Stato rappresenta solo un terzo di quella affidata a Regioni, Comuni e Province.

Analizzando i 9.333 capitoli di spesa del bilancio di previsione del 2001, emerge che la spesa dello “Stato centrale” ammonta a 93.041 miliardi mentre quella degli enti locali ammonta a ben 269.642 miliardi. E’ una quota assai superiore, sostiene il CNEL, anche a quella dei paesi più federalisti del mondo come Stati Uniti e Germania (2).

Anche risistemando i capitoli di spesa (ad esempio quelli per l’istruzione) la spesa pubblica destinata agli enti locali resterà comunque superiore a quella dell’amministrazione centrale.

In Italia “più federalisti” della laender-republik

Paese Quota della spesa pubblica degli enti locali sul totale

Italia 74,3%

Germania 57,5%

Stati Uniti 38%

Francia 29,3%

Gran Bretagna 26,4%

(elaborazione su dati del CNEL)

 

Il boom delle entrate fiscali delle amministrazioni locali....

(in miliardi di lire)

 

1990 1992 1994 1996 1997 1998 1999

28.330 32.619 51.232 67.076 71.333 120.409 115.493

(Fonte: relazione annuale Banca d’Italia, maggio 2000)

 

...e le entrate fiscali dello Stato centrale

(in miliardi di lire)

 

1991 1993 1995 1997 1999

Imposte dirette 197.444 246.997 258.845 316.143 321.939

Imposte indirette 170.648 182.448 209.133 234.313 274.536

(fonte: Banca d’Italia, relazione annuale, maggio 2000)

 

In dieci anni le entrate fiscali degli enti locali sono quasi quadruplicate, mentre i trasferimenti dallo Stato alle amministrazioni locali sono passati dai 138.757 miliardi del 1990 ai 110. 252 del 1999.

Il trend delle entrate fiscali allo stato centrale è aumentato ma con un trend inferiore a quello delle imposte locali.

Da gennaio del 2001 entrerà in vigore anche l’addizionale Irpef per i Comuni (con una aliquota che va, per ora, da un minimo 0,2 ad un massimo dello 0,4%) che va ad aggiungersi a quella regionale già operante, mentre sta scaldando i motori l’entrata in vigore della addizionale per le Province.

E’ un perverso meccanismo contabile che ha permesso al governo Amato di annunciare una riduzione delle tasse statali mentre queste vengono reintrodotte a livello locale neutralizzando qualsiasi beneficio fiscale reale per i redditi.

Siamo dunque alla vittoria dei federalisti e dei critici dello statalismo? I dati dicono di si. Viene così coronata la battaglia ingaggiata dalla Lega Nord ma anche la “germanizzazione” dello Stato propugnata dal laboratorio emiliano dei DS guidato dall’Assessore Mariucci e dal ministro Bersani, dagli opinionisti della “Repubblica” come Rampini o dal “kommissar” europeo Romano Prodi (3).

Questo gigantesco trasferimento di risorse economiche dallo Stato alle amministrazioni locali insieme alla pesantissima privatizzazione delle aziende dei servizi locali, sposta notevolmente la gestione dei centri di potere economico ma anche politico, ridisegnando la mappa dei poteri e i flussi degli interessi materiali in gioco.

A questo punto dobbiamo però porci una domanda. Chi sono i critici dello statalismo e i sostenitori del federalismo trionfante? Siamo sicuri che si tratti solo di brave persone, degli eredi di Salvemini, dei supporter del decentramento come strumento di democrazia e partecipazione?

La nostra inchiesta ha portato a risultati diversi ed assai inquietanti.

 

Una nuova classe dirigente

L’assalto mosso dai nuovi boiardi alla opportunità offerte dalla riorganizzazione federalista delle istituzioni e dell’economia, è passato quasi inosservato, anzi, sotto molti aspetti esso è stato anticipatore di quello lanciato a livello centrale che ha portato alla nascita del Profit State e al dominio monopolistico dell’economia.

A lanciare un flebile allarme, oltre a pubblicazioni come la nostra o a pezzi del sindacalismo di base, era stato lo scomparso Armando Sarti che per molti anni é stato presidente della Cispel (la “confederazione” delle aziende municipalizzate dei servizi locali).

Nella introduzione del 13° Rapporto della Sudgest, un anno fa, Sarti denunciava il rischio della penetrazione dei monopoli stranieri nei servizi locali e sottolineava come “liberalizzare e privatizzare qualunque sia il periodo di concessione delle reti, rappresenta una grave rinuncia perchè si costituirebbero atti impropri e decisioni assunte fuori da una stringente logica di salvaguardia del pubblico interesse. Le reti, quelle dell’acqua e dell’energia, sono parte fondamentale e non separabile dal territorio” (4).

L’ex presidente della Cispel, dunque sembrava aver compreso il segno che stavano prendendo la corsa alla privatizzazione dei servizi locali ovvero un business che, come sosteneva lo stesso Sarti, dopo essere stato considerato per anni un settore secondario e trascurato anche dalla politica, era venuto acquisendo una “inedità centralità”.

Ma l’assalto alle risorse e ai poteri locali, non può essere imputato solo ad alcuni nuovi squali delle finanza che si sono gettati come guerriglieri nella privatizzazione di tutti i servizi locali. Emergono infatti le responsabilità del nuovo ceto politico, quello emerso sulla liquidazione del vecchio ceto attraverso Tangentopoli, che sono pesanti ed evidenti.

Il progetto federalista incarna infatti la riorganizzazione istituzionale avviata già nei primi anni ‘90 e che ha consegnato via via nelle mani dei sindaci e poi dei presidenti delle regioni e delle province poteri sempre crescenti, alimentandone le ambizioni (vedi il “partito dei sindaci” e poi la “lobby dei governatori”) e consentendo di creare una rete di privilegi e di potere che ha creato una nuova classe dirigente ricchissima, arrogante e pericolosa.

La celebrazione di questa nuova classe dirigente viene anticipata già dal CENSIS che è stato un pò il mallevadore di questo nuovo ceto politico ed economico locale fortemente integrato con i nuovi processi di riorganizzazione del capitale su base internazionale (l’integrazione europea soprattutto). “Il riformarsi delle classi dirigenti non può escludere una connessione con i rapidi processi di internazionalizzazione da un lato e di polarizzazione locale dello sviluppo dall’altro, tanto da lasciare spiazzate proprio le fasce di élite più lontane sia dal globale che dal locale” scriveva il CENSIS quattro anni fa (5).

In questa analisi c’è l’esatta fotografia della nuova polarizzazione dei poteri tra una istanza sovranazionale dall’alto (la Commissione e l’Unione Europea) e le istanze di potere locali (le regioni o i land) che schiacciano sia il Parlamento ridotto ormai per il 70% delle sua attività a ratificare le direttive europee, sia il governo nazionale privato dalle istituzioni europee di quote sempre più ampie di poteri e di sovranità nazionale (sulla moneta, sui provvedimenti economici e sociali, sulle misure antimonopolistiche che vengono sistematicamente annullate da Bruxelles o Strasburgo).

La nuova classe dirigente è dunque “europeista” ma fortemente radicata sui poteri locali. E’ fortemente integrata con la politica e lo è assai più che ai tempi del CAF, dando così vita a veri e propri comitati d’affari che prosperano indistintamente con le amministrazioni del centro-destra come con quelle di centro-sinistra, anzi queste ultime hanno dimostrato una maggiore compenetrazione e capacità di anticipazione del processo di formazione di questo ceto politico/affarista.

Anche il CNEL coglie questo processo di formazione di un nuovo ceto politico dentro le dinamiche realizzatesi negli anni ‘90, dove “va maturando una nuova classe dirigente unita da un tessuto connettivo forte, stratificato, rappresentativo di ogni area sociale. E’ evidente che la nuova classe dirigente trova uno dei suoi punti di forza nella molteplicità degli attori che sono entrati a far parte della dialettica sociale e produttiva” (6).

Per il CNEL, i nuovi attori sono appunto i soggetti politici ed economici locali che, come diceva Sarti, sono venuti acquisendo nuova centralità anche attraverso il decentramento della concertazione ovvero i Patti Territoriali o i contratti d’area.

 

Chi sono i nuovi boiardi

Una analisi su chi siano coloro che hanno tratto benefici, arricchimento e potere dalla riorganizzazione federalista e dall’assalto ai servizi locali, rivela uno spaccato di figure sociali ed istituzionali che reggono nelle proprie mani quote crescenti di poteri e di ricchezza pubblica “privatizzata”.

E’ infatti ancora la “politica” , nonostante affermi il contrario, il terminale che smista i nuovi poteri e le risorse. Le privatizzazioni e le esternalizzazioni dei servizi mantenendo agli enti locali i soli compiti di “progettazione”, è stato l’arnese da scasso con cui sono state costruite le nuove lobby politico/finanziarie. L’aziendalizzazione selvaggia dei Comuni e degli enti locali, ha offerto ad esse uno spazio di manovra illimitato.

Esiste ormai una pletora di consulenti, dirigenti degli enti locali, dirigenti delle ASL, di managers del no profit, di amministratori locali e di managers e amministratori delle aziende locali privatizzate, che costituiscono un blocco sociale che dispone di redditi elevatissimi, di pacchetti azionari, di prebende e di complicità strettissime. Costoro già governano o si apprestano a governare la “nuova centralità dei poteri locali” disponendo di una spesa pubblica crescente grazie al federalismo e di un sistema di potere blindato dalle riforme istituzionali ed elettorali che hanno introdotto il sistema maggioritario a livello locale ancora prima che a livello centrale.

Cominciamo allora la nostra inchiesta da un episodio locale ma emblematico.

Alcuni anni fa, anticipando una scelta che si estenderà poi ad altri comuni (soprattutto di centro-sinistra, sic!), l’amministrazione comunale di Bologna, decide di privatizzare le farmacie comunali. Qualche anno dopo si viene a scoprire che l’ex city-manager del comune di Bologna, il sig. Sante Fermi, è diventato l’amministratore delegato della Gehe, una multinazionale tedesca della distribuzione farmaceutica, che si sta accaparrando tutte le ex farmacie comunali privatizzate di Bologna. E’ doveroso sottolineare che all’epoca al governo della città non c’era il bottegaio Guazzaloca ma gli “efficenti amministratori” dei DS (7).

Analogamente, il modello Lombardia di Formigoni, si compenetra assai profondamente con quello delle giunte di centro-sinistra, nella gestione della sanità, lasciando sempre maggiore mano libera ai privati nella acquisizione e gestione degli ospedali. Se il presidente della giunta lombarda “ha fatto la felicità e spesso anche la fortuna degli imprenditori ospedalieri privati” scrive l’inserto economico del maggiore quotidiano italiano “quasi tutte le regioni, dal Piemonte al Veneto, fino alla giunte uliviste di Toscana ed Emilia-Romagna, sembrano concedere più libertà d’azione agli ospedali privati” (8).

La ciliegina sulla torta di questo processo di privatizzazione/aziendalizzazione della sanità, viene ancora una volta dalla “politica”. Abbiamo infatti scoperto che un recente decreto ministeriale i dirigenti delle ASL si vedranno raddoppiare lo stipendio che potrà arrivare fino a 430 milioni all’anno.

Il provvedimento non riguarda solo i manager delle aziende del Servizio Sanitario Nazionale (ASL e ospedali scorporati) ma anche le altre due figure della “triade di comando” ovvero il direttore sanitario e il direttore amministrativo che però guadagneranno....il 25% in meno del loro capo (cioè guadagneranno solo 307 milioni all’anno).

Il contratto per il direttore generale è un contratto di diritto privato di durata non inferiore a tre e non superiore ai cinque anni, rinnovabile. Il suo incarico è però incompatibile con incarichi politici o amministrativi locali e nazionali (9).

I tre elementi indicati, messi in relazione allo stato del servizio sanitario offerto agli utenti e alle condizioni di lavoro e salariali dei lavoratori della sanità, ci danno perfettamente l’idea di quanto gli interessi materiali e morali della nuova classe dirigente confliggano apertamente con quelli della collettività.

 

Tra nuova Tangentopoli e la contea di Nottigham

Ma la nostra inchiesta non può che allargarsi ad altri campi in cui i nuovi boiardi del federalismo sono passati all’assalto della ricchezza sociale.

Recentemente, la Corte dei Conti ha condannato l’ex Sindaco di Roma Rutelli e la Giunta, a risarcire circa 3 miliardi e mezzo di lire le casse comunali, per i soldi spesi in consulenze esterne.

La condanna del tribunale contabile, ha suscitato un vespaio, soprattutto perchè la distribuzione delle parcelle d’oro ai consulenti è un fenomeno assai diffuso ed utilizzato da quasi tutte le amministrazioni locali di medie/gradi dimensioni e che ha dato vita ad un nuovo modello di Tangentopoli sostituendo l’assegnazione degli appalti con l’assegnazione di consulenze agli amici e agli amici degli amici. Rutelli si è difeso come Craxi sostenendo che....fanno tutti così.

Ma questo delle consulenze, è uno degli effetti più evidenti dell’introduzione di leggi “federaliste” (la 142/90 ma anche la127/97 voluta da Bassanini) che assegnano maggiori poteri ai Sindaci e agli esecutivi locali: “Gran parte di queste flotte di consulenze sfugge alla rete dei controlli” scrive infatti il Sole 24 Ore “ soprattutto da quando le delibere sfuggono al controllo dei Coreco” (i comitati regionali di controllo, NdR) sulla base della nuove leggi.

Secondo la relazione del procuratore regionale della Corte dei Conti del Piemonte, il ricorso alle consulenze esterne è diventato talmente frequente da assorbire buona parte del bilancio dei singoli enti (10).

Ma un’altra fonte di business e prebende “locali” incentivati e poi legittimati dalla riforma federalista è quello delle esattorie locali.

 

Gli sceriffi di Nottigham

(numero di sportelli delle concessionarie per la riscossione dei tributi locali)

 

Campania 94

Emilia-Romagna 59

Lazio 65

Lombardia 178

Marche 28

Piemonte 87

Puglia 85

Sicilia 55

Toscana 67

Veneto 95

(Fonte: Ascotributi)

 

Anche qui è stata una inchiesta della magistratura (la Procura di Latina) a scoperchiare un verminaio sul quale il governo Amato si è affrettato a rimetterci sopra un macigno liquidando il potere di controllo del Ministero delle Finanze sulle società che gestiscono le esattorie comunali.

Lo scandalo è scoppiato con l’inchiesta sulla società che gestiva l’esattoria nel Comune di Aprilia (ahinoi anche qui una giunta di centro-sinistra e con il PRC in maggioranza).

In questo caso, la A.Ser. società indicata dal Consiglio Comunale di Aprilia per la riscossione dei tributi comunali (ICI, Tarsu, Tosap, ICP) riscuoteva un “aggio” del 30% sui tributi riscossi invece dell’1,5% previsto dalla legge. Alla stessa società verrà poi affidato il servizio di riscossione anche da parte di altri comuni del Lazio (dove la maggioranza è invece di destra). La gestione privata della riscossione, ha fatto sì che alla fine, l’aggio che i soci privati dell’A.Ser. si distribuiscono tra loro arrivi fino al 70%. Ovvero la gran parte dei tributi comunali che i cittadini versano all’amministrazione. E’ una truffa? No è quello che consente un’altra “legge federalista”, la 446/97 (anche qui voluta da Bassanini) che da via libera ai Comuni nell’affidare la riscossione dei propri tributi a società private o miste con soci iscritti ad un albo apposito.

Le richieste di chiarimento del Ministero delle Finanze al Comune di Aprilia oltre a subire gli strali della”politica”( Di Pietro ha difeso quelli di Aprilia come bravi amministratori “messi in cattiva luce” dal Ministero) restano senza risposte (11).

Il caso di Aprilia, come si desume dalle cose dette, non è affatto un caso isolato ma è piuttosto un episodio venuto alla luce di quello che l’inserto enti locali del Sole 24 Ore chiama un “far west” e che ha come posta in gioco un business di ben 80.000 miliardi di tributi comunali. “Un mondo senza regole dove vige la legge del più forte: ecco come si presenta oggi il mercato delle entrate locali, la cui riscossione fa gola a tutti” (12).

Un Far west su cui dal gennaio 2001, grazie al federalismo amministrativo voluto dal governo di centro-sinistra e votato consociativamente da destra e sinistra in Parlamento, il Ministero delle Finanze non potrà più mettere il naso !!!

Dunque oltre i manager della sanità e i consulenti strapagati, il federalismo ci regala anche esattori strapagati, novelli gabellieri che, come riporta una inchiesta del quotidiano romano “Il Messaggero”, non vanno tanto per il sottile nella riscossione dei tributi comunali visto che sono motivati dal “loro aggio” cioè da un interesse privato assai congruo. E’ uno scenario da Sceriffo di Nottigham al quale però, purtroppo, ancora manca Robin Hood.

 

Più soldi ai dirigenti ovvero la cooptazione degli apparati

La nuova mappa dei poteri federali, non ha coinvolto solo gli amministratori ed il ceto politico ma ha dovuto cooptare anche l’apparato degli enti locali. Trattasi dei dirigenti, degli alti funzionari, dei segretari/direttori generali, di coloro che conoscono la macchina amministrativa fin dentro l’ultimo suo ingranaggio e che in alcune occasioni hanno tenuto in scacco i nuovi arrivati (sindaci, presidenti, assessori). Con il federalismo è diventato possibile cooptarli, pagarli profumatamente, farli partecipare al grande gioco....e soddisfarne le ambizioni. Anche in questo si sono rivelati fondamentali il ministro Bassanini e le sue riforme.

Come abbiamo visto in precedenza, secondo alcune sezioni locali della Corte dei Conti denunciano che le spese per i “consulenti esterni”spesso assorbono buona parte dei bilanci degli enti locali. Un recente studio della stessa Corte dei Conti, rileva come in media il 34% dei bilanci se ne vada per pagare il personale. Alcuni corifei dell’anti-statalismo approfittano di questi dati per rinnovare i loro attacchi contro “l’elevato numero di dipendenti nelle amministrazioni locali” ma una indagine che vada appena un pò in profondità rivela una realtà ben diversa.

Innanzitutto le recenti leggi finanziarie hanno imposto la riduzione sistematica - anno per anno - dei dipendenti che sono già diminuiti di 15.000 unità dal 1997 ad oggi. Gli unici ad andare in controtendenza sono stati i dirigenti, passati da 6.658 a 6.808 solo nelle Province, nei Comuni e nelle Comunità montane mentre nelle Regioni i dirigenti sono saliti a 3.891 unità su un totale di 42.669 dipendenti.

Infatti è proprio nelle Regioni che il rapporto tra numero di dirigenti e numero di lavoratori “comuni mortali” è assai più elevato che in Comuni e Province. Se nei Comuni il rapporto è inferiore all’1%, nelle Regioni sale ad una media del 9,1%. Le conseguenze sul “costo del lavoro” si fanno sentire notevolmente perchè i dirigenti delle Regioni guadagnano da un minimo di 96 milioni all’anno (Abruzzo, dati del 1998) ad un picco di 133 e mezzo (Veneto). L’incremento “salariale” per i dirigenti tra il ‘94 e il ‘98 è stato del 42,6%, quello per i lavoratori del 15,8%, tenendo conto che la media tra i lavoratori deve darsi tra il II° e l’VIII° livello, si può ricavare facilmente la divaricazione tra i redditi di un dirigente e quelli di un funzionario, di un impiegato o di un usciere ovvero tra i “medi” della nuova fascia B e i “reietti” della nuova fascia A. Occorrerebbe aggiungere a questi ultimi i “reiettissimi” rappresentati dai lavoratori socialmente utili o i lavoratori interinali a cui stanno ricorrendo sistematicamente le amministrazioni locali sia di centro-destra che di centro-sinistra (arrivando al paradosso della Provincia diRoma che intende assumere gli interinali per gestire....... “l’emergenza organici degli uffici di collocamento” !!!).

Nelle regioni a statuto ordinario, nel 1994 c’era un dirigente ogni undici dipendenti, nel 1998 c’è uno ogni nove. Infatti un rapporto della Conferenza delle Regioni del 1998, denunciava un “aumento del costo complessivo del lavoro e situazioni molto differenziate tra Regione e Regione”. Ma segnalava anche che “la retribuzione media annua dei dirigenti regionali è passata dai 76 milioni del ‘94 agli attuali 108 milioni del 1998”.

 

Le Regioni con più dirigenti Le Regioni con meno dirigenti

 

Regione % sui dipendenti Regione % sui dipendenti

Molise 13,33 Calabria 3,25

Umbria 11,86 Marche 5,85

Toscana 11,20 Lazio 6,16

Piemonte 10,89 Lombardia 6,95

Media delle regioni a statuto ordinario: 9,12%

(Fonte: Conferenza dei Presidenti delle Regioni)

 

Nei Comuni la percentuale media è di 1 dirigente ogni 100 lavoratori mentre nelle Province si sale ad 1 ogni 40 lavoratori (13).

Il boom della dirigenza, così come quello dei consulenti e degli esattori, è una conseguenza diretta delle leggi federaliste di questi dieci anni.

Oggi una “determinazione dirigenziale” conta quanto e più di una delibera. Con la privatizzazione del rapporto di lavoro anche nel pubblico impiego, i poteri dei dirigenti sul personale sono estesissimi e discrezionali. E’ potere dall’alto contro il basso del quale i dirigenti rispondono solamente ed individualmente al sindaco o ai presidenti di province e regioni.

Dunque nella nuova classe dirigente federalista, dobbiamo iscrivere anche questi quasi undicimila pretoriani delle amministrazioni locali, i cui interessi sono inversamente proporzionali a quelli dei lavoratori pubblici a loro sottoposti e degli utenti dei servizi da loro gestiti, perchè ai dirigenti viene aumentato il bonus individuale sulla base dei risparmi di gestione del budget a loro assegnato. Meno spenderà il loro dipartimento (in retribuzioni del personale o spese di gestione) e più porteranno a casa a fine anno. Nascono così quei surplus di reddito che viene investito in azioni, in titoli di stato o in fondi di investimento che i commentatori chiamano “ risparmio gestito delle famiglie” e che noi definiamo ricchezza sociale rubata ai lavoratori e agli utenti dei servizi.

 

Composizione di classe e costi del nuovo ceto politico

Ogni nuova classe dirigente ha occupato sistematicamente i posti di comando e quelli di prestigio. Il ceto politico post-Tangentopoli non fa eccezione. Fa solo una differenza: oggi si fa pagare di più e direttamente in busta paga per smarcarsi dal vecchio ceto politico che invece ricorreva “ad altri mezzi”.

Come abbiamo visto, la modernizzazione della “politica” e l’assalto al potere della nuova classe dirigente, è avvenuta prima a livello locale e poi a livello centrale.

Sindaci, presidenti, assessori, consiglieri, si sono dotati di risorse finanziarie adeguate per apparire “incorruttibili” ed efficienti. Ma la realtà ci dice che oggi assai più che ieri, la rappresentanza politica si è via via concentrata su élite sociali sempre più ristrette e su una partecipazione elettorale che somiglia sempre meno al suffragio universale e sempre più al voto censuario (la crescita esponenziale e cosciente dell’astensionismo rivela chiaramente questa tendenza).

 

Quali settori sociali compongono il Parlamento

 

Camera Senato

1994 1996 1994 1996

ImprenditoriManagers 8,43,3 8,13,3 ImprenditoriManagers 10,52,9 5,72,5

Professionisti 26,9 22,6 Professionisti 25,2 27,7

Dirigenti pubblici 4,9 6,0 Dirigenti pubblici 9,9 11,4

Docenti Uiversitari 8,6 9,7 Docenti universitari 17,2 18,1

InsegnantiOperaiDip.pubblici 10,51,65,4 9,42,17,8 InsegnantiOperaiDip. pubblici 10,51,14,1 9,81,38,6

(Fonte: elaborazione del Circop, Università di Siena)

 

La composizione sociale del Parlamento che, tra le altre cose, ha varato la riforma federalista dello Stato, vede dunque rappresentata una stragrande maggioranza di settori sociali ricchi, con redditi elevati e con interessi materiali confliggenti con quelli dei lavoratori salariati, dei disoccupati/precari o dei pensionati.

Il deputato semplice, il peone che alza la mano su indicazione del suo capogruppo, si porta a casa da un minimo di 16 milioni ad un massimo di 24 milioni al mese (per via delle diarie, dei rimborsi viaggio e delle spese di rappresentanza). I deputati che invece hanno incarichi (vice-presidente della Camera, questore, presidente di Commissione) aggiungono a questi altre indennità che vanno da un massimo di 8.813.713 ad un minimo di 5.675.761 lire mensili.

La segnalazione di queste cifre e la loro connessione con la composizione sociale del Parlamento, non è un cedimento a tentazioni qualunquiste ma è una fotografia che ci serve per comprendere il contesto in cui vengono discusse, prese, votate o semplicemente ratificate decisioni importanti.

 

Il costo degli amministratori locali

COMUNI Inden. mensile sindaci (lorda) Gettoni presenza consiglieri

fino a 1.000 abitanti 2.500.000 33.000

da 10.000 a 30.000 6.000.000 43.000

da 50.000 a 100.000 8.000.000 70.000

da 250 a 500.000 11.200.000 115.000

oltre i 500.000 15.100.000 200.000

PROVINCE Ind.mensile presidenti (lorda) Gettoni presenza consiglieri

fino a 250.000 abitanti 8.000.000 70.000

da 500 a 1.000.000 11.200.000 150.000

oltre 1.000.000 13.500.000 200.000

 

Occorre sottolineare che i gettoni di presenza non vengono elargiti solo in occasione delle sedute dei consigli comunali o provinciali, ma anche per le riunioni delle commissioni di cui ogni consigliere fa parte. Per cui è chiaro che se l’amministratore di un piccolo comune non può “campare” con la retribuzione istituzionale della sua attività, gli amministratori e i consiglieri dei grandi centri urbani cominciano a percepire redditi assai superiori a quelli di un lavoratore dipendente.

 

I “governatori delle regioni” e le loro corti

(indennità mensile lorda)

Regione Presidente Membro Giunta Consigliere Diaria mensileconsiglieri

Campania 17.384.155 15.452.582 12.555.223 4.617.671(max)

Emilia-Romagna 19.315.728 16.901.262 12.555.223 4.884.304(max)

Lazio 19.315.728 16.418.369 12.555.223 3.575.715

Lombardia 19.315.728 16.418.369 12.555.223 3.575.715

Sicilia 32.243.838 27.895.838 19.201.838 5.501.100

Veneto 19.315.728 16.418.369 12.555.223 3.575.715

 

Come possiamo verificare su questi dati, il nuovo ceto politico è ancora numeroso ed è sicuramente ricco. Ha comunque a disposizione risorse finanziarie che gli consentono di comprare azioni delle aziende privatizzate, di “guardare al mercato” senza l’insicurezza che domina gran parte dei settori popolari o di non vedere come problema il semplice aumento di ventimila lire mensili del servizio di refezione scolastica o l’introduzione delle addizionali Irpef per regioni, comuni e province.

Il ceto politico ha un atteggiamento morale e materiale assai diverso da quello dei lavoratori dipendenti o dei pensionati, ai quali magari viene riconosciuto un aumento contrattuale di 35.000 lire medie e lorde che viene immediatamente azzerato dal ritocco di qualche tariffa dei servizi pubblici locali (dalla nettezza urbana alla refezione etc.) o nazionali (gas, elettricità, canone Telecom etc.).

Questa incomunicabilità tra ceto politico nazionale e locale e settori sociali, negli anni ‘90 è diventata ancora più profonda. Il sistema maggioritario e il bipolarismo hanno infatti rotto anche quel meccanismo distorto di rapporto tra politica e società che era il voto di scambio. Il problema è che l’hanno sostituito con l’arroganza, l’inamovibilità e la divaricazione tra ceto politico e società.

La componente politica della nuova classe dirigente è dunque “nemica del popolo” ma non è la sola e neanche la peggiore.

 

I managers del federalismo

Infine, ma non certo per importanza, siamo arrivati ai peggiori di tutti: i managers e gli amministratori delle aziende locali privatizzate o delle nuove aziende del “non profit”.

Costoro, a differenza dei segmenti indicati antecedentemente, non vengono più nominati dagli amministratori ma dagli azionisti di riferimento (incluse, lì dove sopravvivono quote azionarie, le amministrazioni locali che hanno privatizzato le aziende) o dai donatori delle aziende “non profit”.

Ma per inquadrare questi protagonisti emergenti della “nuova classe dirigente federalista”, occorre avere una idea della posta in gioco.

Il business dei servizi locali

 

Servizierogati Numero di aziende Utenti(mln) Costi(mld) Fatturato(mld) Dipendenti

Igiene urbana 155 25 4.070 4.100 34.000

Acquedotti 241 42 3.720 4.100 18.500

Gas 116 15 6.050 6.400 10.500

Elettricità 106 6 2.600 3.000 9.500

Trasporti 130 48 9.100 7.900 87.000

TOTALE 748 -- 25.540 25.500 159.500

(Fonte : elaborazione Sole 24 Ore su dati Confservizi-Cispel)

La tabella non fornisce i dati sui profitti ma possiamo segnalarne alcuni per dare una idea. Nel 1998, la AEM di Milano ha avuto profitti per 348 miliardi, l’ACEA di Roma per 290, la AEM di Torino per 83 e poi, AMGA di Verona per 69, AGAC di Reggio Emilia per 55 miliardi etc.

AEM e ACEA compaiono ormai tra i primi quaranta gruppi industriali italiani (14)

Queste aziende si sono lanciate come corsari nella guerra all’acquisizione di altre aziende in vari settori (inclusa l’UMTS) conformandosi sempre più come “holding multiutilities” con interessi estesi in Italia e all’estero. Il loro vantaggio è la posizione di monopolio che gli deriva dalle concessioni pubbliche sui servizi locali che gli offre una massa critica di partenza e la possibilità di scaricare sulle tariffe dei servizi gli eventuali “insuccessi” delle loro scorrerie.

In breve tempo, queste aziende locali privatizzate sono diventate regine delle borse e riferimento delle acquisizioni azionarie della nuova classe dirigente. Prima di Tangentopoli la nomina dei presidenti delle aziende municipalizzate era oggetto di contenzioso e compromesso tra i partiti che gestivano le giunte locali. Oggi il rapporto tra la politica e questi managers è semmai ancora più diretto ma trasversale all’Ulivo e al Polo. In parte ciò ha costruito dei margini di indipendenza tra il business e la politica ma in realtà ha integrato ancora di più che in passato la seconda con il primo. E’ il sistema della lobbies che caratterizza il modello americano.

“Potente, aggressiva e soprattutto trasversale. E’ la lobby delle ex-municipalizzate. Una rete di intrecci e alleanze tra imperi economici comunali che sta avvolgendo l’Italia e calamitando sempre più su di se affari e denari” (15).

“Settori come quelli dell’energia elettrica e del gas, del teleriscaldamento, del trattamento dei rifiuti costituiscono da qualche anno business assai appetibili, anche perchè tutti caratterizzati da elevato potere di mercato (se non, ancora, da monopolio legale) (16).

Questi commenti non sono nostri ma degli inserti economici dei due maggiori quotidiani italiani, non imputabili quindi a simpatie anticapitaliste o antifederaliste. Essi fotografano una realtà che il federalismo liberista sembra intenzionato a peggiorare ulteriormente nei prossimi anni anche in settori come quelli dell’acqua e dei rifiuti.

La possibilità di poter ormai intervenire liberamente sulle tariffe, assicura infatti agli investitori un business e profitti pressochè sicuri.

Le tariffe dell’acqua, secondo la Federconsumatori, sono già aumentate del 26,5% negli ultimi cinque anni ma tutto lascia prevedere che la concentrazione dei gestori prevista e legittimata dalla Legge Galli e la liberalizzazione imposta da Bruxelles, spianeranno la strada all’assalto dei moopoli italiani (ENEL, ACEA etc.) e stranieri (Vivendi e General des Eau soprattutto) e ad un pesante aumento delle tariffe.

Il giro d’affari sull’acqua rasenta i 100.000 miliardi di lire e le grandi manovre - vedi l’Acquedotto Pugliese o l’Acquedotto De Ferrari a Genova - sono già cominciate.

Anche la nettezza urbana è destinata a diventare preda di questi corsari della finanza e dei servizi locali. Il passaggio da tassa a tariffa consegnerà presto il servizio nelle mani dei privati che potranno contare su un aumento delle tariffe che potrebbe raggiungere anche il 200%. In questo scenario appare difficile sperare, come cantava De André, che dal letame possano nascere fiori.

La clava della sussidiarietà

Questi nuovi protagonisti dell’assalto ai servizi pubblici, hanno impugnato come una clava la parola magica agitata dagli apprendisti stregoni del federalismo liberista: la sussidiarietà.

I servizi pubblici, secondo questa interpretazione, devono essere gestiti dai soggetti privati perchè altrimenti rappresenterebbero un carico per le comunità locali che solo la privatizzazione potrebbe risolvere in termini di efficenza ed economicità.

La priorità tra universalità del servizio pubblico e interesse privato viene così invertita favorendo il secondo e sancendo contestualmente il disimpegno del soggetto pubblico (Stato o ente locale) dalle proprie responsabilità nel patto con i cittadini.

Questo assioma, diventato una sorta di vangelo, ci indica il nesso tra i managers e gli amministratori delle aziende locali privatizzate e i managers e gli amministratori delle società non profit esplose negli ultimi anni e che hanno avuto proprio nell’Emilia-Romagna il loro laboratorio ideologico e l’incubatoio pratico.

Tra business e volontariato: radiografia del non profit

Associazioni 15.000

Cooperative 5.000

Fondazioni 2.000

Fodazioni bancarie 88

Fatturato aggregato del no profit 3.000 miliardi

Totale lavoratori occupati 690.000

Lavoratori remunerati 100.000

Fatturato terzo settore % sul PIL 2,7%

Volontari 5,5 milioni

(fonte: Sole 24 Ore del 25.9.2000)

Dunque, tra consiglieri di amministrazioni delle cooperative, delle fondazioni e delle associazioni, si è sviluppato un piccolo esercito di almeno 40.000 managers della buona fede, alcuni di nome, altri di fatto. E’ un esercito destinato a crescere - stando a tutte le proiezioni- ma anche a ridurre a infima minoranza coloro che danno al non profit una dimensione fortemente etica.

La trasformazione di questi amministratori del terzo settore in veri e propri gestori di quote crescenti di ricchezza sociale sta nei fatti.

Da un lato il dogma della sussidiarietà affiderà sempre più a costoro la gestione dei servizi sociali “esternalizzati” dalle amministrazioni locali, dall’altro -essendo un settore in sviluppo recettivo di quote crescenti di finanziamenti pubblici e privati in linea con il modello amerikano- sul terzo settore si stanno attrezzando i panzer delle fondazioni bancarie e delle fondazioni private (che spesso veicolano e riciclano soldi in funzione di trattamenti fiscali più favorevoli).

La Fondazione Cariplo (la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde), con un patrimonio di 14.000 miliardi è già oggi è all’ottavo posto nel mondo tra le società operanti nel non profit dopo sei società americane ed una inglese (precede addirittura fondazioni storiche come la Rockfeller e la Kellog) (17).

I corsari delle fondazioni bancarie e private, lamentano l’eccessiva dipendenza delle società non profit dal settore pubblico e invocano mano libera e stretta connessione al mondo delle imprese “profit” vere e proprie.

Il deus ex machina del terzo settore in Italia, Stefano Zamagni, cattolico “prodiano” e docente all’Università di Bologna, afferma testualmente che si sta delineando una “via italiana al non profit” adeguato al contesto del nostro paese “dominato dalla presenza delle piccole e medie imprese. Non è affatto casuale” aggiunge Zamagni “che in Italia si registri una stretta correlazione tra PMI e iniziative non profit”.

Tra l’invasività delle fondazioni e il “dominio” delle piccole e medie imprese, il problema del terzo settore sarà sempre più quello di rendere conto sempre più ai “donatori” e sempre meno agli utenti.

E’ il meccanismo micidiale che ha snaturato e cooptato ad esempio la stragrande maggioranza delle ONG attive nella cooperazione internazionale (oggi in Italia ne esistono ben 130 riconosciute dalla Farnesina) fino a renderle in buona parte strumento della politica di smobilitazione nelle aree di conflitto sociale dei paesi in via di sviluppo o strumento di aperta collaborazione con la politica di “ingerenza umanitaria” delle maggiori potenze e dei rispettivi Stati Maggiori o servizi segreti (vedi l’Operazione “Arcobaleno” in Kossovo o il ruolo delle statunitensi “Care”e “IRC” nell’enclave kurda in Iraq).

Su questo uno studioso rigoroso e autorevole come James Petras ha scritto osservazioni che andrebbero pubblicizzate e discusse seriamente (18).

La sussidiarietà si rivela così un espediente strettamente connesso al modello liberista e dunque al Profit State.

Questa logica è stata imposta dall’alto con il processo di unificazione economica e politica europea ed ha trovato un corrispondente diretto nella richiesta di federalismo degli enti locali. In questo, la devolution di Formigoni o il documento “Il federalismo preso sul serio” dell’assessore regionale emiliano Mariucci (DS), sono perfettamente compatibili fra loro.

Conclusioni? No, siamo appena all’inizio

Paradossalmente, ma non troppo, le amministrazioni locali hanno largamente anticipato lo Stato centrale nella realizzazione di questo processo. Solo il “furore federalista” del ministro Bassanini ed i governi dell’Ulivo hanno infine creato la cornice costistituzionale per portare fino in fondo l’operazione.

Questa nuova classe dirigente è il frutto avvelenato della modernizzazione capitalistica ed europeistica dell’Italia che porta forte l’impronta e il segno della sinistra di governo, su questo c’è un fortissimo nesso tra il Craxi degli ‘80 e il D’Alema negli anni ‘90.

Tra i “rampanti craxiani” e i “rampanti” ulivisti la sola differenza consiste nel fatto che i secondi hanno scalzato i primi con una operazione politica, culturale ed istituzionale che ha potuto contare su maggiore controllo e consenso sociale.

I berlusconidi che governano le regioni del Nord sono consapevoli di questa partita e puntano a rafforzarsi sul piano locale che è in grado oggi di assicurare maggiori poteri di un governo centrale su cui pesano sempre più i vincoli di manovra e le ipoteche del supergoverno europeo rappresentato dalla Commissione di Bruxelles.

Il quadro emerso in questi mesi porterebbe a dire che non dobbiamo temere solo i vari Mr.H(a)yde(r) prodotti dalla destra in questa Europa ma anche i numerosi dott. Jekill prosperati con i governi di centro-sinistra a livello locale e centrale.

 

 

(1) Su questo vedi la precedente inchiesta “Le trappole del federalismo” su Proteo nr.3 del 1999.

 

(2) Una sintesi del rapporto CNEL è uscita sul Sole 24 Ore del 7 dicembre 2000

 

(3) Indicativo di questa introiezione del modello tedesco è il libro “Germanizzazione. Come cambierà l’Italia” di Federico Rampini, Laterza 1996 ma anche il libro dell’assessore della Regione Emilia-Romagna Mariucci con prefazione di Bersani “Il Federalismo preso sul serio. Una proposta per l’Italia”.

 

(4)13° Rapporto sullo stato dei poteri e dei servizi locali 1999, a cura della Sudgest.

 

(5) CENSIS: Note e commenti, ottobre/novembre 1997

 

(6) CNEL: Laboratori Territoriali. Rapporto sulla concertazione locale,1999

 

(7) “Farmacisti in rivolta” in CorrierEconomia del 20 novembre 2000

 

(8) “I nostri affari sono in salute” in CorrierEconomia del 20.11.00

 

(9) “Raddoppia lo stipendio dei manager SSN” in Sole 24 Ore del 9.10.00

 

(10) “Il consulente incassa, il cittadino paga”, in Sole 24 Ore del 9 ottobre 2000

 

(11) “Esattori privati, un affare da 800 miliardi”in Corriere della Sera del 28 ottobre 2000.

 

(12) “Riscossione: è scoppiato il Far West”, in Enti Locali/Sole 24 Ore del 6 novembre 2000.

 

(13) I dati sono stati ricavati dagli inserti sugli enti locali del Sole 24 ore del 8 novembre 1999, del 25 settembre e del16 ottobre 2000 e dall’inserto “Autonomie” dell’Unità del 21 ottobre 1999

 

(14) “Le cinquemila società leader” classifica curata da Morgan Stanley Capital pubblicata come inserto speciale da Milano/Finanza, novembre 1999

 

(15) “Piccoli boiardi. Nuovi e federalisti”in CorrierEconomia del 23 ottobre 2000

 

(16) “Il Comune imprenditore nemico della concorrenza” in Affari e Finanza del 20 novembre 2000.

 

(17)”Il boom del terzo settore” in Sole 24 Ore del 25 settembre e dell’8 novembre 2000

 

(18) “Le ambiguità del ruolo delle ONG in America Latina” in”Resumen Latinoamericano” dell’aprile 1999. Tradotto e pubblicato in Italia da Contropiano, giugno 1999.

 

 

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