Vigili del fuoco, non poliziotti

Oggi lo sciopero nazionale indetto da Rdb e Cgil

 

 

 

Roma -

Quattro ore di astensione dal sevizio operativo e due invece da quello amministrativo, presidi presso le prefetture dei capoluoghi di regione e a Roma sit-in davanti alla sede dell'Aran, l'agenzia deputata alle trattative per il rinnovo del contratto di lavoro del pubblico impiego. Queste le modalità dello sciopero nazionale di oggi dei vigili del fuoco indetto dalle Rdb e dalla Cgil. Una protesta che non guarda soltanto all'immediata apertura delle trattative per il rinnovo del contratto scaduto da ben sedici mesi, ma punta il dito anche contro il cosiddetto disegno di legge Pisanu, che vuole la "modifica" del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici in cambio di 25 euro medie pro capite. Lo sciopero nazionale di oggi è dunque una prima risposta ad una logica "sicuritaria" che vorrebbe, attraverso l'inserimento del corpo nazionale dei vigili del fuoco nelle file della sicurezza e del controllo, cancellare il ruolo di una categoria da sempre al servizio dei cittadini. L'accelerazione della militarizzazione si è avuta il 18 aprile scorso, quando il il consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge di modifica del rapporto di lavoro del corpo nazionale dei vigili fuoco - la proposta Pisanu, appunto - che "equiparandolo" al personale delle forze armate, le forze di polizia, la carriera diplomatica e la carriera prefettizia. E gli effetti di questo disegno sono presto detti: si rafforza la politica di "difesa civile", stravolgendo le funzioni e i compiti di soccorso tecnico urgente e di protezione della popolazione, e si introduce una subordinazione alle pratiche militari di un settore del pubblico impiego, come i vigili del fuoco. In questo - come sottolinea Stefano Del Medico, coordinamento nazionale Rdb PI Vigili del fuoco - il governo trova in Cisl e Uil due fedeli alleati che, anche in questa occasione come su quella dell'articolo 18, sono pronti a svendere i diritti dei lavoratori in cambio di un maggior peso nella "stanza dei bottoni". Nei fatti, la gestione del controllo a livello centrale del territorio è operativa attraverso il Nucleo politico militare (Npm), delegato ad avvalersi della "Commissione interministeriale per la difesa civile" operante presso il ministero dell'Interno. Al livello locale, invece, il controllo è demandato alle ex prefetture, ribattezzate non a caso Uffici territoriali del governo (Utg) che attraverso i prefetti coordinano e pianificano i contributi, o se vogliamo i suggerimenti, delle diverse amministrazioni sia nella pratica ordinaria, sia in quella emergenziale delle attività di difesa civile. Non solo: sono previsti obblighi di cooperazione tra gli uffici territoriali del governo e le autonomie locali e regionali, comprese le strutture sanitarie e i servizi come le telecomunicazioni. Tutto lavoro che torna utile al controllo centrale presso il Viminale, che diventa così un superministero - un ministero di polizia - con tanto di competenze e funzioni per la difesa civile. Il fine? Soprattutto garantire la continuità di governo (Berlusconi e soci) e del modello di Stato (plasmato dallo stesso governante), potenziando gli addetti alla sicurezza e al controllo con il "reclutamento per legge" di oltre 30mila vigili del fuoco. Ma anche migliorare l'attività di repressione dei diritti civili, come le manifestazioni del dissenso in piazza.