Guerra: perchè le RdB sono contro

Lettera aperta agli iscritti e simpatizzanti

 

 

Roma -

Da marzo l’Italia è in guerra.

La RdB ritiene che questa non sia una "contingente necessità", come l’hanno definita i segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil, e da marzo è impegnata con tutte le sue strutture contro questa guerra.

Perché il sindacalismo di base, al di là di ogni schieramento e posizione, deve battersi contro la guerra?

Sappiamo che questa guerra è stata scatenata dalla NATO in violazione del diritto internazionale, dalla carta dell’ONU alla convenzione di Ginevra fino alla stessa carta della NATO, che prevede la guerra solo in caso di aggressione di uno degli stati membri. Il Governo italiano ha deciso di parteciparvi violando anche la nostra Costituzione che, oltre a ripudiare la guerra come risoluzione delle controversie internazionali (art. 11), prevede che lo stato di guerra sia dichiarato dal Parlamento (art. 78), il quale è stato solo informato successivamente. Lo stesso Ministro degli esteri, Dini, è stato costretto ad ammettere che l’accordo di Rambouillet era stato costruito per essere respinto dalla Jugoslavia, rendendo palese a chiunque che il vero obbiettivo era il fallimento del negoziato e l?inevitabile inizio delle operazioni di guerra.

Questa guerra, come tutte, nasce da scopi economici e politici, e non "umanitari" come qualcuno vorrebbe farci credere.

L’enorme gravità di quanto avvenuto da sola basterebbe a spingere ogni cittadino ed ogni lavoratore a rifiutare questa sciagurata guerra; ma c?è anche un altro aspetto, seppur meno drammatico delle tragedie umane provocate dal conflitto, con il quale i lavoratori italiani ed europei si troveranno a fare i conti nei prossimi mesi: quali e quanti sono i costi di questa guerra e chi li pagherà?

Già dai primi di aprile è iniziata una campagna stampa e tv, fatta di dichiarazioni di ministri ed economisti, che ci avvertono della necessità di un impegno finanziario straordinario per far fronte ai costi della guerra.

Sappiamo già che i lavoratori italiani saranno chiamati, così come quando bisognava entrare in Europa, a sostenere questi costi in termini di aumento della disoccupazione, di aumento dei prezzi generalizzato (la benzina è già aumentata), di ulteriore raffreddamento di salari e retribuzioni e di una straordinaria manovra finanziaria fatta di tasse ed imposte.

I lavoratori non hanno mai avuto nulla da guadagnare dalle guerre, anche questa volta sarà come tutte le altre.

E se tutto ciò ancora non bastasse, nel caso di escalation del conflitto con l’invasione di terra, bisognerà aggiungere, alle già troppe vittime provocate finora, i costi umani dei nostri figli, fratelli, parenti ed amici.

Per tutto questo, di fronte ai massacri, alla distruzione di intere economie, ai costi sia in termini economici che di prevedibili restringimenti degli spazi democratici e sindacali, come sempre è avvenuto durante e dopo gli eventi bellici, le Rappresentanze Sindacali di Base ritengono necessario che dai luoghi di lavoro si alzi forte la voce dei lavoratori, che saranno quelli che più di tutti pagheranno, in termini di condizioni di vita, di salario e di spazi e garanzie democratiche, le conseguenze della guerra.

I lavoratori sono chiamati a battersi contro questa guerra sciagurata; nessuno può chiamarsi fuori, per poi domani dover rimpiangere di aver fatto troppo poco per impedire la prosecuzione di questo conflitto. Per questo la Federazione nazionale delle RdB, assieme alla CUB e a tutto il sindacalismo di base, ha ritenuto opportuno uno sforzo straordinario in direzione della pace, chiamando tutte le proprie strutture, gli iscritti, i lavoratori tutti a mobilitarsi e anche a scioperare per fermare la guerra e scongiurare un inasprirsi del conflitto dai risvolti umani, sociali e politici assolutamente imprevedibili.

Due conti sulla guerra:

· Economisti americani valutano che per ogni giorno di guerra la NATO spende 177 miliardi di lire, corrispondenti a circa 64.600 miliardi per un anno.

· Dan Crippen, direttore dell’ufficio del bilancio federale USA, ha stimato che, se entro maggio cesseranno gli attacchi aerei, in un anno (marzo 1999-marzo 2000), la guerra costerà 5.470 miliardi di lire e, per altri sei mesi fino a settembre 2000, ulteriori 7.290 miliardi; nel caso, probabile, di una escalation del conflitto con l’invasione di terra, i costi sarebbero, per un anno, di 221.373 miliardi di lire.

· Il dopoguerra, la ricostruzione avranno un costo, stimato dai ministri economici di 40 Paesi riuniti a Washington, pari a 54.660 miliardi.

· A questi costi "diretti" a cui l’Italia dovrà contribuire ( con il 7% su base P.I.L.) bisogna aggiungere quelli "indiretti", a partire dalla svalutazione dell’Euro sul dollaro del 10% che significa maggiore spesa per l’importazione (il petrolio, ad esempio, viene acquistato in dollari ed è già aumentato da 11 a 16 dollari per barile, da dicembre ‘98 ad oggi); i rapporti commerciali con la Jugoslavia causeranno un mancato introito di circa 1.000 miliardi per il ‘99; inoltre il crollo del turismo adriatico viene valutato in 3.700 miliardi, senza parlare degli interessi delle imprese italiane in Jugoslavia (ad esempio Telecom Italia possiede il 30% della compagnia telefonica di stato jugoslava).

 

 

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